Quando il valore di ciò che sei smette di dipendere da ciò che fai.
La settimana scorsa ci siamo lasciati con una domanda:
Se questo ruolo non ci fosse... chi sarei io?
Questa domanda è nata osservando una cosa curiosa: quando parliamo di qualcuno, molto spesso non diciamo chi è. Diciamo il ruolo che ricopre.
È la moglie di...
È il figlio di...
È il padre di...
È il medico.
È l'avvocato.
È il sindaco.
È il vicino di casa.
Come se bastasse questo per identificarlo.
E, forse senza accorgercene, cresciamo imparando a fare la stessa cosa con noi stessi.
Quando qualcuno ci chiede: "Chi sei?", molto spesso rispondiamo con il nostro nome, poi con il cognome, che racconta da quale famiglia proveniamo. Subito dopo arriva il lavoro e, qualche volta, il ruolo che ricopriamo nella nostra famiglia.
Raramente rispondiamo parlando di ciò che siamo davvero, come se non ci concedessimo la possibilità di raccontarci con tutte le sfumature che ci appartengono.
Parlare del nostro ruolo è sicuramente più immediato. A volte non ci accorgiamo nemmeno che possa esistere un'altra risposta. Forse perché questa modalità ci fa sentire al sicuro. Forse perché ci allontana da quello spazio di ascolto e di consapevolezza che ci invita a fermarci e a osservare chi siamo davvero.
Il sussurro
Non sono sicura che non sappiamo chi siamo.
Forse è che quella voce è delicata. Non urla. Sussurra, come un soffio leggero.
Noi, invece, viviamo immersi nel rumore dei pensieri, dei ruoli, delle aspettative, delle definizioni e dei doveri. In mezzo a tutto questo, il sussurro dell'essere fatica a emergere.
Per questo diventa molto più semplice dire:
"Sono un insegnante."
"Sono la madre di..."
"Sono il figlio di..."
È molto più semplice riconoscersi in una definizione già pronta che fermarsi abbastanza a lungo da lasciare affiorare qualcosa che nessun ruolo può raccontare.
Una domanda
Questa domanda continua ad accompagnarci anche questa settimana, con una sfumatura ancora più profonda.
Se non dovessi dimostrare di essere utile a nessuno... chi saresti?
Non intendo il tuo lavoro, il ruolo che hai nella tua famiglia o ciò che gli altri apprezzano di te.
Chi saresti se, anche solo per un momento, tutto questo smettesse di definirti?
È una domanda che non ha bisogno di una risposta immediata. Anzi, credo sia una di quelle domande che hanno bisogno di accompagnarci per molto tempo.
Se la risposta per te fosse "Non lo so!", sei davanti al momento più magico della tua vita: quello in cui hai la possibilità di avvicinarti intimamente a te.
Non hai perso te stesso. Forse, per la prima volta, hai semplicemente smesso di accontentarti di una risposta già pronta.
Ti confesso che è stata una delle domande che, nel tempo, mi ha accompagnata fino a riconoscermi nella parola Hamsa.
In quel momento ho sentito, con una chiarezza difficile da raccontare, una frase molto semplice:
"Sono tutto ciò che sono."
Non è arrivata una risposta.
È cambiato il modo in cui ho iniziato ad abitare me stessa.
Il peso dei ruoli
Il ruolo è un'arma a doppio taglio.
Da una parte ci offre un posto nel mondo. Dall'altra inizia lentamente a dirci chi dovremmo essere.
Con il ruolo arrivano aspettative, doveri e comportamenti considerati giusti o sbagliati ancora prima di domandarci se corrispondano davvero a ciò che sentiamo.
Poco alla volta smettiamo di ascoltare il movimento della vita dentro di noi e perdiamo il contatto con la nostra autenticità, iniziando a rispondere a un'immagine invece che a noi stessi.
Penso, ad esempio, alla maternità.
Perché una donna che ha generato una vita dovrebbe continuare a mettere costantemente la propria vita in secondo piano anche quando quel figlio è ormai in grado di camminare con le proprie gambe?
L'amore ha davvero bisogno del sacrificio per continuare a esistere?
Oppure siamo noi ad aver confuso il ruolo della madre con l'identità di quella donna?
I figli crescono. È il movimento naturale della vita.
E forse è altrettanto naturale che una madre, a un certo punto, possa tornare ad abitare spazi di sé che per anni sono rimasti in secondo piano.
Questo non diminuisce l'amore.
Forse lo trasforma.
Il diritto di esistere
Perché sentiamo di doverci guadagnare il diritto di esistere?
Forse perché, fin da piccoli, abbiamo imparato ad associare l'amore a ciò che facevamo: quando eravamo bravi, quando aiutavamo, quando non davamo fastidio, quando rendevamo felici gli altri, quando riuscivamo.
Naturalmente questo non significa che siamo stati amati solo a queste condizioni. Significa che il nostro sistema ha iniziato a costruire un'associazione molto profonda.
Esisto quando sono qualcosa per qualcuno.
Come se il semplice fatto di essere vivi non fosse sufficiente.
Come se il diritto di esistere dovesse essere continuamente meritato.
Ed è un'associazione così profonda che continuiamo a portarla con noi anche da adulti.
Quando diciamo sì anche se dentro sentiamo un no, quando continuiamo a lavorare anche se siamo esausti, quando facciamo qualcosa perché qualcuno sia fiero di noi, quando ci sentiamo in colpa se ci riposiamo, quando abbiamo bisogno di essere utili per sentirci al nostro posto.
Forse, senza accorgercene, stiamo ancora cercando di dimostrare che meritiamo di esserci.
Quando un ruolo diventa un'identità, ogni cambiamento della vita sembra un tradimento verso noi stessi invece che una trasformazione. Ed è proprio per questo che alcuni passaggi diventano così difficili da attraversare.
Forse, almeno per un momento, possiamo smettere di cercare una risposta.
Possiamo permetterci semplicemente di percepirci.
Non per trovare una definizione.
Ma per incontrare chi siamo, proprio ora.
Perché ciò che siamo non è qualcosa da fissare una volta per tutte, ma una presenza viva che continua a trasformarsi insieme a noi, respiro dopo respiro.
Riposare in ciò che siamo
Non siamo chiamati a smettere di fare.
Siamo chiamati a smettere di usare il fare per dimostrare di avere il diritto di esistere.
Perché quel diritto non può essere conquistato. Esiste già. Ha solo bisogno di essere riconosciuto da noi stessi.
Il vero riposo non è quello che arriva dopo una vacanza o dopo una notte di sonno.
Nasce dal poter abitare noi stessi senza dover dimostrare di meritare il nostro posto nel mondo.
Riposare in ciò che siamo.
Anche quando siamo scomodi.
Anche quando siamo dolci.
Anche quando siamo fragili.
Anche quando siamo forti.
Anche quando siamo leggeri.
Anche quando siamo pesanti.
Anche quando non ci sopportiamo.
Anche quando le nostre ombre si mostrano.
Perché è proprio da quello spazio che il fare può tornare a essere un'espressione dell'essere e non il tentativo di sostituirlo.
Da lì il fare smette di essere una richiesta d'amore.
E torna a essere un'espressione della vita.
Pratica
Prenditi un momento in un posto che ti faccia sentire al sicuro.
Lascia cadere le spalle e permetti al tuo corpo di lasciare andare ogni forma di difesa.
Porta l'attenzione al tuo cuore e ascoltane il battito.
Lascia cadere, anche solo per un momento, la necessità di rispondere alla domanda:
"Chi sei?"
Permettiti di percepirti.
Non per trovare una risposta definitiva.
Ma per incontrare chi sei, proprio ora.
Sapendo che anche questo cambierà insieme a te.
Verso la meditazione di questa settimana
Nella meditazione di mercoledì 29 luglio, alle ore 21.00, continueremo ad attraversare questa domanda insieme.
Lo faremo lentamente, lasciando che il corpo ci accompagni là dove le parole, da sole, non riescono ad arrivare.
Non troveremo una risposta definitiva.
Ma potremmo concederci di fare esperienza di qualcosa che non ha bisogno di essere dimostrato.
Di quella parte di noi che, semplicemente, esiste.
Se senti che questo tema sta risuonando dentro di te, sarò felice di accompagnarti.
Trovi tutte le informazioni nel modulo di iscrizione qui sotto.
Indice dei temi trattati: Ruoli e identità • Il sussurro di ciò che siamo • Il bisogno di essere utili • Il diritto di esistere • Quando il fare sostituisce l'essere • Riposare in ciò che siamo
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