Quando il fare prende il posto dell'essere

Pubblicato il 18 luglio 2026 alle ore 13:12

Il momento in cui un ruolo smette di essere qualcosa che viviamo e diventa qualcosa che siamo.

opera di Chiharu Shiota

Un posto nel mondo

Durante la settimana scorsa abbiamo osservato come, spesso senza accorgercene, disperdiamo la nostra energia in molte direzioni.

Ma perché continuiamo a farlo?

Che cosa stiamo cercando di mantenere vivo attraverso tutta quella fatica?

Abbiamo imparato molto presto che esistiamo quando siamo utili.

Ciascuno di noi sviluppa un modo personale per sentirsi parte del mondo: alcuni diventano indispensabili, altri imparano a non dare problemi, altri ancora cercano di essere perfetti, forti, disponibili o competenti.

Cambiano le forme.

Ma il movimento è lo stesso.

Lo abbiamo imparato da piccoli.

Era il modo migliore che conoscevamo per garantirci protezione, nutrimento e amore.

Quando il ruolo cambia

Io non sono madre, ma ho una madre.

Qualche tempo fa, durante un momento di confidenza, mi ha raccontato quanto possa essere difficile attraversare quei cambiamenti di ruolo che, naturalmente, la vita porta con sé.

Quella condivisione mi ha profondamente emozionata.

Mi parlava di quanto fosse stato disorientante vedermi uscire di casa per costruire la mia vita, lontano dal nucleo familiare. Per anni il suo sguardo si era rivolto spontaneamente verso di me: cosa mangiavo, come stavo, se avevo bisogno di qualcosa.

Poi, lentamente, quel movimento non era più necessario.

Non perché fosse finito l'amore.

Ma perché era cambiata la forma attraverso cui quell'amore si esprimeva.

Mi ha raccontato di essersi sentita confusa.

Come se una parte di sé non sapesse più dove andare.

In quel momento non ho cercato una strategia per sottrarla a quel dolore. Ho sentito molta tenerezza, comprensione e le ho semplicemente concesso di attraversarlo.

È un'esperienza che io non vivrò mai nella stessa forma e, forse proprio per questo, mi sono chiesta quanto, a volte, il ruolo che interpretiamo finisca per diventare il modo in cui impariamo a riconoscere noi stessi.

Succede a una madre quando i figli diventano grandi.

Succede a chi conclude una lunga carriera lavorativa.

Succede quando termina una relazione che ha occupato per anni il nostro spazio interiore.

Ogni volta che un ruolo cambia, siamo invitati a incontrare qualcosa di noi che, fino a quel momento, era rimasto nascosto dietro ciò che facevamo.

Due modi di fare

Esiste un fare che nasce dall'essere.

È il fare di chi crea, di chi lavora, di chi si prende cura perché qualcosa dentro di lui desidera naturalmente esprimersi.

In questo spazio la cura, il lavoro e la creazione non sono strumenti per ottenere un posto nel mondo, ma semplici emanazioni di ciò che siamo.

Esiste poi un fare che nasce dalla paura.

Lì ogni gesto smette di essere un'espressione.

Diventa la prova che esistiamo.

Il copione

Quando il fare prende il posto dell'essere, non basta più vivere.

Diventa necessario vigilare continuamente affinché nulla metta in discussione l'identità attraverso cui abbiamo imparato a sentirci al sicuro.

Da quel momento tutto deve rimanere all'interno del copione che interpretiamo.

Cerchiamo di controllare come appariamo, ciò che gli altri pensano di noi, le relazioni che viviamo, i risultati che otteniamo, fino ad arrivare, a volte, a tentare di controllare perfino le nostre emozioni e quelle delle persone che ci stanno accanto.

Mantenere vivo quel copione richiede un'attenzione continua.

Dobbiamo proteggerlo.

Confermarlo.

Alimentarlo.

E, spesso senza accorgercene, gran parte delle nostre energie se ne va proprio lì.

Perché se il copione si rompe, non rischiamo soltanto di perdere un ruolo.

Rischiamo di non sapere più chi siamo.

Quando il fare prende il posto dell'essere, non perdiamo soltanto energie.

Iniziamo lentamente a confondere ciò che facciamo con ciò che siamo.

E da quel momento ogni ruolo diventa troppo importante per poter essere lasciato andare.

Pratica

Osserva quale ruolo stai incarnando con più forza in questo periodo della tua vita.

Domandati quanto della tua energia viene impiegata per mantenerlo vivo.

Poi resta qualche istante con una domanda.

Se questo ruolo non ci fosse... chi sarei io?

Non avere fretta di trovare una risposta.

Lascia semplicemente che la domanda trovi uno spazio dentro di te.

Verso la meditazione di questa settimana

Mercoledì 22 luglio, alle ore 21.00, ci incontreremo per osservare più da vicino quel sottile movimento attraverso cui iniziamo a riconoscerci nei ruoli che interpretiamo.

Ci prenderemo il tempo di ascoltare ciò che accade quando il fare smette, anche solo per un momento, di dirci chi siamo.

Non cercheremo di cambiare nulla.

Non proveremo ad abbandonare i nostri ruoli.

Osserveremo semplicemente da quale spazio nascono le nostre azioni: se sono l'espressione di ciò che siamo o il tentativo di dimostrare di avere un posto nel mondo.

Se senti che questo tema sta risuonando dentro di te, sarò felice di accompagnarti.

Trovi tutte le informazioni nel modulo di iscrizione qui sotto.

Indice degli argomenti trattati: Perché sentiamo il bisogno di essere utili • Come nasce l'identificazione con un ruolo • Cosa accade quando cambia un ruolo importante, come il lavoro o la maternità • Perché facciamo fatica a lasciare andare ciò che ci definisce • Quando il fare smette di essere un'espressione dell'essere • Perché iniziamo a controllare tutto quando confondiamo ciò che facciamo con ciò che siamo

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.