Quello che può diventare visibile quando lasciamo spazio all'incontro.
Per incontrarsi serve uno spazio
Ciò di cui abbiamo bisogno per incontrarci, per prima cosa, è uno spazio.
Può essere una panchina su cui decidiamo di trascorrere del tempo, un marciapiede sul quale due sguardi si incrociano e sentono di fermarsi a scambiarsi qualcosa, un telefono attraverso cui due persone concretizzano il desiderio di essere una nella vita dell'altra.
Capita di non vedere qualcuno per anni e di stupirsi di come il tempo sembri essere rimasto sospeso, oppure di incontrarlo dopo molto tempo e sentire che si è creata una distanza che non consente più una vera condivisione. È capitato anche a te di accorgertene?
Lo spazio di cui abbiamo bisogno non è quindi soltanto fisico: è necessaria anche la disponibilità di uno spazio interiore. Avere spazio in noi significa essere disposti a lasciare che l'incontro ci raggiunga senza avere già deciso che cosa potrà mostrarci, permettendo che qualcosa di ciò che crediamo di conoscere possa essere visto da una prospettiva diversa.
Anche il tempo costituisce una forma di spazio. Le cose fatte bene hanno bisogno del tempo giusto e non intendo necessariamente una grande quantità, ma la qualità che porta con sé. Quante volte il tempo sembra dilatarsi e quante invece passare in un soffio? L'assenza di fretta, il dedicarsi realmente a quell'incontro, fanno parte dello spazio che scegliamo di mettere a disposizione.
Lo spazio che concediamo all'altro
Quando qualcuno si avvicina, non necessariamente gli permettiamo di raggiungerci. Possiamo cominciare, anche inconsapevolmente, a selezionare: cosa di me posso mostrare? Cosa posso dire? Fin dove posso lasciarti arrivare?
A me è capitato molte volte di sentirlo fisicamente: una chiusura alla bocca dello stomaco, un istante in cui qualcosa si chiude, come una porta che sbatte quando c'è corrente in casa e che poi diventa difficile riaprire.
Abbiamo imparato ad attivare questa forma di controllo per proteggerci. Non ti è mai capitato di sentirti sbagliato o di pensare che ciò che di te non ti piace dovesse essere represso o nascosto? È anche da qui che nasce il bisogno di cercare conferme e di mantenere le nostre esperienze all'interno dei confini di ciò che già conosciamo. Torniamo nei luoghi che ci fanno sentire al sicuro, percorriamo le stesse discussioni e incontriamo persone con cui possiamo replicare schemi relazionali conosciuti, proprio perché sappiamo come muoverci al loro interno.
Oltre il buonismo esiste anche una forma di schiettezza che ci ricorda che non tutto ci piace e non tutto ci appartiene. Possiamo dirci che giudicare è sbagliato, ma ogni volta che scegliamo a cosa avvicinarci e da cosa allontanarci stiamo già operando una distinzione, decidendo che cosa o chi possa entrare nel nostro spazio.
Lo spazio che concediamo all'altro può diventare allora il minimo indispensabile affinché le identità che abbiamo delineato possano uscirne sane e salve. Non chiediamo di vedere molto di più dell'altro e cerchiamo di vedere di noi soprattutto ciò che già conosciamo, perché l'abitudine ci restituisce una sensazione di stabilità.
Ciò che ciascuno porta di diverso, però, potrebbe mettere in discussione qualcosa che abbiamo sempre visto con chiarezza. Così finiamo per chiedere all'incontro di non mostrarci la parte opposta della Luna: quella che, dal punto in cui ci troviamo, non abbiamo modo di vedere se non attraverso gli occhi dell'altro.
Immagina l'inizio di una storia romantica: l'altra persona può sembrarci quasi perfetta e alcuni suoi aspetti semplicemente non compaiono nel nostro campo visivo. Non perché non esistano, ma perché il nostro sguardo mette a fuoco alcune cose e ne lascia altre sullo sfondo. Accade nell'innamoramento, ma anche in molti altri contesti: non vediamo soltanto ciò che abbiamo davanti, vediamo anche attraverso il modo in cui siamo abituati a guardare.
Per vedersi abbiamo bisogno di un altro sguardo
Ed è proprio perché il nostro sguardo parte sempre dalla posizione che occupiamo che la presenza di un altro può rendere visibile qualcosa che da soli non possiamo vedere.
Per cadere dentro a un incontro abbiamo bisogno di qualcuno con cui non ci sentiamo in pericolo, con cui percepiamo una forma di connessione o possiamo condividere qualcosa.
L'incontro ci offre la possibilità di ampliare il nostro mondo attraverso uno sguardo che arriva da una posizione diversa dalla nostra. È come passare dall'osservare un paesaggio attraverso il buco di una serratura al guardare quello stesso scenario dalla cima di un monte.
Ci sono parti di noi che possiamo osservare da soli, ma un altro essere umano ci offre qualcosa che nella solitudine non possediamo: un altro sguardo. Non semplicemente uno specchio, ma due specchi posizionati in modo da permettere a ciascuno di vedere qualcosa che, dalla posizione che occupa, non potrebbe vedere da solo.
E ci sono parti di noi che possono manifestarsi soltanto in presenza di un altro essere umano: la nostra pazienza, il nostro modo di amare, il sentirci al sicuro o meno, l'esperienza di essere riconosciuti. Sono sfumature che ci appartengono, ma che hanno bisogno di un altro perché possa esistere la condizione nella quale sperimentarle.
L'incontro si fa
L'incontro non lo fa la disponibilità di uno dei due. Si fa. Come l'Amore.
Non basta che io sia disponibile e non basta che lo sia tu. Possiamo creare le condizioni perché accada, ma quando realmente ci incontriamo compare qualcosa che prima non esisteva e che nessuno dei due avrebbe potuto produrre da solo.
Le possibilità di incontrarci attraversano continuamente le nostre giornate, ma spesso siamo poco disponibili a scoprire qualcosa di nuovo e, quando ciò che accade comincia a muovere una sensazione scomoda, cerchiamo di uscirne il prima possibile. Succede quando qualcuno ci fa perdere la pazienza, quando ci mostra un modo di amare diverso dal nostro e, non riconoscendolo, pensiamo di non essere amati, oppure quando stimola in noi reazioni così forti che non riusciamo a controllare.
Non sempre questo significa che tra noi e l'altro stia avvenendo un incontro, ma quella presenza può aver creato la possibilità di incontrare qualcosa di noi che fino a quel momento non avevamo visto.
Possiamo però disporre soltanto del nostro spazio: possiamo scegliere quanto essere disponibili a ciò che un incontro potrebbe mostrarci, ma non possiamo scegliere la disponibilità dell'altro. Non possiamo chiedergli di aprire uno spazio che non desidera aprire, né condurlo dove non è disposto ad andare. Perché l'incontro si faccia è necessario che anche dall'altra parte esista una disponibilità che non ci appartiene.
La terza presenza
Quando ci avviciniamo a qualcuno che risuona con noi e l'incontro accade, non ci sono semplicemente due presenze che interagiscono: può prendere vita una terza presenza, qualcosa che nasce da entrambi senza appartenere a nessuno dei due.
Mi piace pensare a questa dinamica attraverso qualcosa che appartiene profondamente alla vita umana: questa terza presenza è come un bambino che nasce da due individui. Non sono io, non sei tu: è una nuova forma di vita che nasce da entrambi senza appartenere interamente a nessuno dei due.
Ci sono io, ci sei tu e c'è questo territorio nuovo nel quale possiamo muoverci entrambi. C'è la disponibilità reciproca a condividerlo, dedicandogli presenza e il tempo necessario. Io porto ciò che vedo. Tu porti ciò che vedi. Da quello spazio possiamo vedere più di quanto ciascuno di noi riuscirebbe a vedere rimanendo soltanto nella propria posizione.
Il mondo di entrambi si fa più grande: un confine entro il quale avevamo imparato a muoverci diventa meno consistente e forse superabile. Ciò che emerge può essere accolto, comunicato ed esplorato senza dover essere immediatamente ricondotto a qualcosa che già conosciamo.
La tentazione di trascinarti nel mio spazio
Ma siamo davvero disposti a entrare in uno spazio così grande?
Muoverci in uno spazio molto più ampio di quello che siamo abituati ad abitare può attivare anche un movimento contrario. Davanti alla sua vastità possiamo cercare di ricondurre l'incontro entro ciò che conosciamo, plasmando quello che vediamo secondo il nostro abituale modo di guardare le cose, chiedendo di essere compresi attraverso le nostre categorie oppure invitando l'altro a sostare nel nostro territorio, dove sappiamo orientarci.
Non necessariamente lo facciamo per esercitare un controllo sull'altro. Potrebbe essere un tentativo di ridurre la grandezza dell'esperienza a una misura che sappiamo sostenere.
Se riesco a portarti nel mio spazio, continuo a sapere dove sono. Ma il prezzo è enorme: limitare proprio ciò che l'incontro avrebbe potuto rendere possibile.
La vertigine
La sensazione fisica che potremmo avvertire muovendoci in questo spazio è simile a quella che possiamo provare passando da un respiro superficiale a uno molto più profondo: la vertigine.
C'è più spazio, non meno. Più aria, non meno. Eppure proprio quell'ampiezza può farci sentire, almeno per un momento, meno stabili. Forse accade qualcosa di simile quando entriamo davvero nell'incontro.
Lo spazio diventa più grande di quello nel quale siamo abituati a muoverci e vengono meno alcuni dei margini attraverso i quali ci orientavamo e percepivamo sicurezza. Ma, proprio come accade quando impariamo ad ampliare il nostro respiro, praticando poco alla volta il movimento in questo spazio aumenta anche la nostra capacità di abitarne di più ampi e di accogliere sensazioni ed emozioni di maggiore portata.
La paura di non poter tornare indietro
Ma cosa accade se vediamo qualcosa che prima non era nel nostro campo visivo?
Questo comporta un rischio: potremmo vedere qualcosa che, dopo, non potremo più non vedere. Di te, di me, della vita.
Forse ciò che ci spaventa maggiormente, nella nostra profondità, è perdere la certezza di sapere chi siamo.
È una paura molto forte, ma dall'altra parte è proprio questo non sapere che può permetterci di diventare qualcuno che non pensavamo di poterci permettere di essere. Può farci sperimentare una forma diversa di stabilità: più scopro che posso cambiare senza perdermi, meno ho bisogno di difendere rigidamente l'identità che conosco.
L'albero non rimane in piedi perché non si muove: può assecondare il vento senza perdere le proprie radici. Forse anche noi possiamo scoprire una stabilità che non dipenda dall'immobilità e dalla necessità di continuare a riconoscerci esattamente nella persona che pensavamo di essere.
Perché l'incontro esista, io devo esserci e tu devi esserci. Ma possiamo entrambi uscirne con uno spazio interiore più grande di quello con cui siamo entrati.
Tornare a Incontrarsi
Per incontrarsi serve uno spazio.
Arrivati fin qui, forse possiamo vedere che non è soltanto lo spazio che lasciamo libero accanto a noi perché qualcuno possa sedersi. È anche lo spazio che siamo disposti a lasciare a ciò che ancora non conosciamo.
Possiamo preparare una panchina, dedicare del tempo, avvicinarci a qualcuno e permettergli di avvicinarsi a noi, ma non possiamo preparare in anticipo ciò che accadrà. Possiamo soltanto lasciare che, tra me e te, possa prendere vita qualcosa che nessuno dei due conosce ancora.
Quello spazio non è mio e non è tuo. Si fa insieme.
Forse è proprio questa la magia dell'incontro: arriviamo in due, ciascuno con il proprio mondo e il proprio modo di guardare, e possiamo accedere a qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto raggiungere rimanendo soltanto nella propria posizione.
Possiamo rimanere io e te e, nello stesso tempo, permettere che esista un noi.
Una panchina vuota contiene una possibilità. Forse incontrarsi inizia proprio dalla disponibilità a lasciare libero un posto per ciò che ancora non conosciamo.
La pratica
Nei prossimi giorni prova a osservare lo spazio che crei nelle tue relazioni.
Quando sei con qualcuno, accorgiti di quanto spazio gli lasci per esserci così com'è, senza anticipare ciò che dovrebbe dire, sentire o comprendere e senza cercare di ricondurre ciò che porta dentro qualcosa che conosci già.
Osserva anche il movimento opposto: quei momenti in cui senti il desiderio di entrare nello spazio dell'altro, di avvicinarti più di quanto lui sia disponibile a lasciarti fare, di essere compreso, accolto o raggiunto proprio nel modo in cui vorresti.
Non è necessario correggere nessuno di questi movimenti. Prova semplicemente ad accorgerti di quando accadono.
E, soprattutto, osserva cosa succede quando offri uno spazio e l'altro non lo occupa, oppure lo abita in un modo diverso da quello che avevi immaginato.
Riesci a lasciare quello spazio libero?
Forse è proprio lì che puoi accorgerti della differenza tra creare uno spazio perché un incontro possa accadere e cercare di far accadere un incontro.
Dalle parole all'esperienza
Questo articolo apre il primo tema di Innalunarsi.
Per chi desidera attraversarlo insieme, il percorso proseguirà con un laboratorio in presenza, la mattina di sabato12 settembre, e tre meditazioni online, alle ore 21.00 nei mercoledì delle settimane successive.
Perché incontrarsi non è qualcosa da capire. È qualcosa di cui fare esperienza.
Per conoscere tutti gli appuntamenti e le modalità di partecipazione, clicca sul pulsante qui sotto: troverai tutte le informazioni e la possibilità di iscriverti.
Le iscrizioni al laboratorio in presenza si chiudono il 7 settembre.
Indice dei temi trattati: Incontrarsi e creare uno spazio nella relazione • Conoscere se stessi attraverso l'altro • Consapevolezza di sé nelle relazioni • Reciprocità e incontro con l'altro • Lo spazio personale nelle relazioni • Identità e paura del cambiamento • Relazioni e crescita interiore.
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