Quando l'altro diventa più importante della relazione che hai con te stesso.
La relazione con gli altri nasce dalla relazione con noi stessi
Inizio questo articolo specificando che quando mi riferisco alle relazioni intendo ogni tipo di relazione che intratteniamo con un altro essere vivente.
Lo scopo di una relazione è permetterci di conoscere parti di noi che ancora non sono state vissute, accolte o sfiorate. La relazione con l'altro è lo strumento che ci consente di ampliare la relazione che viviamo con noi stessi.
In un precedente articolo, Relazionarsi, avevamo esplorato quanto la qualità delle nostre relazioni dipenda dalla qualità della relazione che coltiviamo con noi stessi. Oggi possiamo fare un passo ulteriore e domandarci perché, così spesso, quella relazione venga messa in secondo piano.
Chissà se è capitato anche a te di metterti in un angolo, pensando di compiere un gesto di generosità per dare più spazio a qualcun altro e che questo movimento sia poi diventato un'abitudine. L'altro, chiunque altro, è diventato più importante di noi.
È così che, piano piano, ci allontaniamo dalla relazione più importante e travagliata della nostra vita: quella con noi stessi.
Ci capita di allontanarci dalle nostre emozioni per non far pesare all'altro la nostra tristezza, la nostra gioia o la nostra stanchezza; e l'altro non è una sola persona.
Lasciamo i nostri affari privati fuori dal lavoro per non farli pesare ai colleghi; lasciamo indietro ciò che accade al lavoro per non farlo pesare alla nostra famiglia. Lasciamo indietro ciò che accade all'interno della nostra relazione per non far preoccupare i nostri genitori. Lasciamo indietro tutte queste situazioni per evitare che i nostri figli ne possano soffrire o sentirsi responsabili.
Inevitabilmente, lo spazio per accorgersi e accogliere tutto ciò diventa impossibile da trovare.
Queste dinamiche diventano spesso abitudini e, a ogni lasciare indietro, perdiamo un pezzetto di noi.
Non siamo più dentro a nessun tipo di relazione, neanche a quella con noi stessi.
Quando la generosità diventa auto-privazione
Credo che possa essere capitato anche a te di non sentirti più interessato a nulla, di muoverti con la sensazione di fare solo ciò che deve essere fatto, di pensare che alla fine sia importante soltanto che gli altri stiano bene e abbiano ciò di cui hanno bisogno.
Spesso tutto questo è accompagnato da un senso di svuotamento.
Non è detto che dare tutto ciò che può essere importante per un altro ci faccia sentire appagati; a volte può semplicemente allontanarci da qualche sensazione scomoda, come quella di sentirci in colpa.
Se accogliessimo un nuovo paradigma, secondo cui la generosità non consiste nel dare tutto ciò che abbiamo agli altri ma piuttosto nel donarci pienamente, con tutta la nostra integrità, riconoscendoci il diritto di esistere, sentire ed esprimerci, come cambierebbe il modo in cui viviamo le relazioni?
Chi saresti se non dovessi più dimostrare il tuo amore attraverso la privazione?
È davvero generoso privare una relazione di parti importanti di noi?
La generosità non consiste nel dare tutto agli altri, ma nel portare nella relazione tutto ciò che siamo.
Da dove nasce la paura di occupare spazio?
Sento che sia importante fare un salto indietro nel tempo, perché il passato forgia il presente e osservarlo è una chiave preziosa per accorgerci da dove arrivano molte delle cose che oggi consideriamo scontate.
Questo meccanismo di privazione, per chi come me è nato ancora nel secolo precedente ed è di sesso femminile, è stato un insegnamento potente arrivato dalle figure di riferimento più importanti del nostro stesso sesso: la nostra mamma e le nostre nonne.
Ci siamo programmate così, attraverso il loro esempio. Non c'è stato lo spazio di domandarci se vivessero una vita felice; la stessa programmazione è arrivata anche all'altro sesso.
La generosità è stata trasmessa con l'esempio della privazione.
Ma cosa muoveva quelle donne?
Guardando indietro nel tempo, e facendo riferimento alle mie nonne nate all'inizio dello scorso secolo, chi era davvero sé stesso era spesso in pericolo. Esistevano ancora l'internamento nei manicomi, l'elettroshock, la violenza, la dipendenza economica e sociale, l'impossibilità di esprimersi liberamente all'interno di una relazione e, più in generale, nella società.
Essere accomodanti, riverenti e conformi al ruolo previsto per una donna rappresentava spesso una concreta strategia di sopravvivenza.
Chi non rispettava quelle regole rischiava di perdere amore, appartenenza, sicurezza e dignità sociale. Descrivendo queste possibilità riesco quasi a percepire la paura in cui erano immerse molte donne di quel tempo.
Quelle paure non appartengono soltanto a chi ci ha preceduto. Attraverso l'esempio, l'educazione e, secondo alcune ricerche, anche attraverso meccanismi biologici legati alla trasmissione intergenerazionale del trauma, possono continuare ad accompagnare le generazioni successive.
Ancora oggi possiamo ritrovarci a reagire come se alcuni pericoli fossero presenti, non perché lo siano davvero, ma perché per molto tempo hanno rappresentato una concreta possibilità di sopravvivenza.
Quando non ci mostriamo, spesso lo facciamo per le stesse paure: perdere l'amore, essere un peso, deludere, occupare spazio o esprimere quella che sentiamo essere la nostra verità.
La protezione che ci ha permesso di sopravvivere
Se la privazione è stata una forma di protezione, possiamo continuare a rispettarla per ciò che ha fatto e allo stesso tempo scegliere qualcosa di diverso?
Sento che questo passaggio porta con sé un grosso muro: quello del tradimento. Come se smettere di utilizzare un meccanismo ricevuto significasse negarne il valore.
Mi vengono in mente i cerbiatti che vengono nascosti nell'erba alta dalle loro madri affinché, non essendo visibili, possano sfuggire ai pericoli.
Così, se noi non ci mostriamo, potremmo sentirci al sicuro da tutto ciò che la vita potrebbe portarci.
Ma così come il cerbiatto accoglie con coraggio il momento in cui è necessario alzarsi e cominciare la propria vita adulta, arriva un momento anche per noi.
Possiamo alzarci, ringraziare per tutta la protezione ricevuta e scegliere che tipo di vita desideriamo vivere.
Abbiamo la possibilità di accorgerci che cambiare approccio rispetto a quello di chi ci ha preceduto non significa tradirlo, ma continuare un processo. Significa diventare protagonisti di una vita che chiede di essere vissuta, correndo anche il rischio di non essere compresi.
Tornare al proprio centro
Possiamo accorgerci che, al centro di ogni relazione sana, è importante che rimanga viva la relazione con noi stessi.
È quella relazione che ci permette di sentire quando ci stiamo donando e quando ci stiamo perdendo; quando stiamo scegliendo e quando ci stiamo facendo portare; quando stiamo assumendoci la responsabilità di dirigere la nostra vita verso ciò che desideriamo e quando, invece, smettiamo di credere in qualcosa e ci spostiamo nella sopravvivenza.
Quando la relazione con noi stessi è viva e ci fermiamo ad ascoltare, possiamo accorgerci che oltre alle emozioni e alle sensazioni iniziano a comparire i desideri.
Sono proprio i desideri a rendere piena la vita, a farla brillare, a spingerci oltre i nostri limiti, a farci sentire soddisfatti e appagati.
Chiudo questo articolo con una frase che arriva dal mio mentore e che mi ha toccato profondamente:
"Non chiedere alla vita di farsi più piccola, chiedile di farti più grande."
Puoi tornare al centro di te e lasciare che siano i tuoi desideri, i tuoi valori e la tua verità a guidare la direzione della tua vita, senza che il timore di deludere o di non essere compreso continui a spostarti lontano da te stesso.
Pratica
Durante questa settimana prova ad osservarti all'interno delle relazioni che vivi ogni giorno.
Non è necessario modificare nulla.
Non serve correggersi.
Puoi semplicemente fermarti per qualche istante e chiederti:
-
Quando mi dono, mi sento più vivo o più svuotato?
-
Quando mi dono, resto libero di dire no?
-
Quando mi dono, continuo a sentire ciò che provo?
-
Quando mi dono, la mia presenza cresce o si restringe?
Non cercare una risposta giusta.
Lascia che siano le relazioni stesse a mostrarti dove ti stai donando e dove, invece, ti stai perdendo.
Verso la meditazione di questa settimana
Mercoledì 17 giugno alle ore 21.00 ci incontreremo dal vivo su Zoom per attraversare insieme questo spazio.
Ci prenderemo il tempo di osservare cosa accade quando l'altro diventa più importante della relazione che abbiamo con noi stessi e di tornare ad ascoltare ciò che sentiamo, desideriamo e sappiamo essere vero per noi.
Senza cercare risposte immediate, lasceremo emergere ciò che è presente.
Non è necessario arrivare con domande o risposte; puoi portare semplicemente la tua esperienza così com'è.
Non è neanche necessario aver partecipato agli incontri precedenti. Ogni meditazione è uno spazio completo in sé e puoi unirti al gruppo in qualsiasi momento.
Se sentirai che questo tema ti riguarda, sarò felice di accompagnarti.
Trovi tutte le informazioni nel modulo di iscrizione qui sotto.
Indice degli argomenti trattati: Quando l'altro diventa più importante di noi • Il prezzo della privazione • La generosità che ci è stata insegnata • Le paure che ereditiamo • Il coraggio di mostrarsi • Tornare al proprio centro • Una pratica per la settimana
Aggiungi commento
Commenti