La distanza tra essere visti ed essere riconosciuti.
Molte volte il bisogno di riconoscimento sembra nascere dallo sguardo degli altri, eppure, osservandolo più da vicino, possono emergere due domande:
Riconosco il valore di ciò che porto?
E ciò che viene riconosciuto dagli altri è davvero me o una forma che ho imparato ad assumere per essere accolto e amato?
La mancanza di riconoscimento porta con sé dolore e una sensazione di profonda solitudine. Potremmo sentirci vittime all'interno delle relazioni che viviamo perché percepiamo che le persone con cui siamo in relazione abbiano delle mancanze nei nostri confronti.
Oggi entreremo in questo spazio assumendoci due responsabilità: la prima riguarda ciò che proviamo, la seconda la disponibilità ad osservare quanto riusciamo a vivere la nostra essenza con autenticità.
Assumerci la responsabilità di qualcosa non significa sentirci colpevoli. Significa riconoscere ciò che accade dentro di noi e osservare quei meccanismi che, spesso senza che ce ne accorgiamo, alimentano sofferenza e dolore. Questo è il passaggio che permette di trasformare il piombo in oro.
Non abbiamo potere sulle azioni degli altri, ma possiamo scoprire di averne molto più di quanto immaginiamo sul modo in cui partecipiamo alla realtà che viviamo.
Ed è proprio qui che entreremo oggi.
Uscire dalla lamentela
Cosa potrebbe cambiare se iniziassi a riconoscere in me ciò che sto cercando all'esterno?
Il primo passaggio, fondamentale, potrebbe essere uscire dalla lamentela, non importa che sia espressa ad alta voce o trattenuta dentro di noi.
La lamentela tende a mantenere la nostra attenzione su ciò che manca, su ciò che gli altri non fanno o non vedono. Finché restiamo lì, il potere rimane fuori da noi.
Quando iniziamo ad osservare ciò che stiamo vivendo senza attribuire all'esterno la responsabilità della nostra esperienza, qualcosa cambia. Si libera energia, si crea spazio e diventa possibile guardare la nostra vita da una prospettiva diversa, forse più ampia, più lucida e più amorevole.
Quest'articolo sarà decisamente più esperienziale dei precedenti, per cui prenditi tutto il tempo necessario per osservare, sperimentare, rileggere e lasciare fiorire ciò che arriverà.
Le maschere che portiamo nelle relazioni
Iniziamo da qualcosa che accomuna tutti noi.
Durante la giornata è molto comune indossare diverse maschere: una per la famiglia, una per il lavoro, una per gli amici, una per le relazioni più superficiali.
Queste personalità si sono generate nel tempo, spesso a partire dall'adolescenza, e ci sono servite per poterci muovere all'interno del sistema sociale sentendoci inseriti, simili, pari agli altri.
Ci siamo così abituati ad interpretare questi ruoli che raramente ci fermiamo ad osservare il loro costo. Facciamo fatica ad accorgerci di quali parti di noi siano rimaste indietro e di quanto poco spazio lasciamo alla possibilità di presentarci in modo integro e autentico.
Buona parte della stanchezza che percepiamo nasce da qui. È faticoso controllare continuamente ciò che mostriamo, adattare il nostro comportamento ai contesti e vigilare affinché nulla esca dall'immagine che abbiamo costruito.
Perché il riconoscimento non basta
Può accadere allora che ciò che viene riconosciuto dagli altri non coincida con ciò che sentiamo di essere.
Che venga vista la parte di noi che abbiamo imparato a mostrare: quella più accettabile, più comprensibile, più facile da amare.
E che qualcosa di più autentico resti sullo sfondo.
Quando questo accade, il riconoscimento che riceviamo può non riuscire a raggiungerci davvero.
Possiamo ricevere attenzione, approvazione e perfino amore continuando a sentirci invisibili, perché ciò che viene visto non coincide con ciò che siamo.
Possiamo portare la maschera della brava persona — e ciascuno ha costruito una propria idea di cosa significhi esserlo — ma se non ci percepiamo tali quel riconoscimento non avrà valore.
Possiamo portare la maschera della persona efficiente, disponibile, forte o affidabile, ma se non sentiamo autentiche quelle qualità continueremo a percepire una distanza tra ciò che gli altri vedono e ciò che viviamo interiormente.
In fondo ce ne accorgiamo.
E quando non ci sentiamo riconosciuti, forse non stiamo soffrendo soltanto per una mancanza dell'altro.
Forse stiamo soffrendo perché una parte di noi è rimasta fuori dalla relazione.
Un'esplorazione sull'autenticità
Per osservare questo aspetto ti chiedo di prenderti il tempo necessario per rispondere a queste domande:
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Se non ci fossero ripercussioni sulle tue relazioni e sul tuo stato sociale, come ti comporteresti nelle principali aree della tua vita?
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Hai mai percepito la mancanza di autenticità in qualcuno? Se sì, osserva come ti sei portato davanti a quella persona: eri nudo o coperto da una o più maschere?
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Chi si stava relazionando con chi in quei momenti? Due persone o due rappresentazioni?
Possiamo notare che ciò che proviamo quando ci relazioniamo in modo non autentico spesso non dipende dalla risposta che riceviamo, ma dal riflesso di ciò che abbiamo portato nella relazione.
È il senso di mancanza di noi stessi.
Ed è proprio qui che abbiamo potere.
La libertà di essere se stessi
Possiamo attraversare la scomodità del rifiuto, dell'abbandono, dell'incomprensione o della delusione, ma nello stesso tempo possiamo avvicinarci a noi stessi.
È nostra responsabilità prenderci cura di ciò che siamo e rispettarlo; non è un compito delegabile all'esterno.
Mostrarsi in modo autentico non garantisce di essere accolti, compresi o scelti.
Garantisce però una cosa: che ciò che la relazione incontra sia davvero noi.
Da quel momento gli altri possono sceglierci, amarci o allontanarsi.
Ma ciò che verrà incontrato non sarà più una rappresentazione.
Sarà la nostra presenza.
Ed è qui che la relazione diventa libera.
Non significa che dalla relazione non possano emergere dolore, delusione, piacere o gioia.
Significa dare a noi stessi la possibilità di esprimerci in modo autentico — che non vuol dire irrispettoso — e dare agli altri la possibilità di incontrarci per ciò che siamo realmente.
Forse è proprio qui che possiamo iniziare a scoprire quanto la relazione sia preziosa.
Nessun obbligo.
Libertà.
E ciò che c'è, che finalmente può esprimersi per ciò che è.
Essendoci.
La pratica
La pratica per questo articolo è inserita all'interno dell'articolo stesso.
Prenditi il tempo necessario per attraversare le domande che hai incontrato, osservarle nella tua esperienza e lasciare che continuino a lavorare nei giorni che verranno.
Non è necessario arrivare a delle risposte.
Può essere sufficiente restare in ascolto.
Essendoci.
Verso la meditazione di questa settimana
Mercoledì 10 giugno alle ore 21.00 ci incontreremo dal vivo su Zoom per attraversare insieme questo spazio.
Ci prenderemo il tempo per osservare il bisogno di riconoscimento, per accorgerci di quali parti di noi chiedono di essere viste e per esplorare con delicatezza quanto riusciamo a mostrarci in modo autentico nelle relazioni che viviamo.
Senza cercare risposte immediate, lasceremo emergere ciò che è presente e ciò che, forse, è rimasto sullo sfondo.
Non è necessario arrivare con domande o risposte; puoi portare semplicemente la tua esperienza così com'è.
Non è neanche necessario aver partecipato agli incontri precedenti. Ogni meditazione è uno spazio completo in sé e puoi unirti al gruppo in qualsiasi momento.
Se sentirai che questo tema ti riguarda, sarò felice di accompagnarti.
Trovi tutte le informazioni nel modulo di iscrizione qui sotto.
Indice degli argomenti trattati: Bisogno di riconoscimento • Autenticità • Maschere relazionali • Essere se stessi • Relazioni • Valore personale • Approvazione • Solitudine • Rifiuto • Libertà • Presenza • Consapevolezza.
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