Quando sembra che non dipenda da te

Pubblicato il 30 maggio 2026 alle ore 16:10

Quando continuiamo a muoverci nello stesso modo, anche il cambiamento può diventare irraggiungibile.

Passaggio in penombra con una porta già aperta verso l'esterno, simbolo delle possibilità che possono emergere quando smettiamo di spingere e iniziamo ad osservare.

Ci sono momenti in cui ci sembra di fare tutto il possibile.

Proviamo, ci impegniamo, cerchiamo soluzioni. Eppure ci ritroviamo sempre nello stesso punto, dentro le stesse dinamiche, le stesse difficoltà e le stesse sensazioni.

È facile rimanere increduli o pensare che per noi le cose non possano andare in modo diverso. Possiamo percepire una stanchezza profonda nel corpo e nella mente e, lentamente, può nascere una conclusione silenziosa:

"Forse non dipende da me."

È una sensazione che ho conosciuto bene anch'io.

Non nasce dalla mancanza di tentativi. Nasce spesso da tanti tentativi che non hanno prodotto il cambiamento sperato.

Quando qualcosa sembra non dipendere da noi, possiamo reagire in modi molto diversi. Possiamo cercare di controllare tutto, aumentando continuamente lo sforzo nel tentativo di modificare ciò che sta accadendo. Oppure possiamo spostarci all'estremo opposto e delegare completamente ad altro la responsabilità della situazione.

In entrambi i casi, però, rischiamo di perdere il contatto con ciò che stiamo realmente vivendo.

Forse è proprio da qui che nasce il movimento che ci porta a ripetere sempre gli stessi schemi.

Quando gli stessi schemi continuano a ripetersi

Continuiamo a fare, cercare, reagire eppure restiamo all'interno dello stesso schema.

Il problema non è sempre la quantità di energia che stiamo utilizzando. A volte il problema è che la utilizziamo sempre nello stesso modo. La disperdiamo e la stanchezza ne diventa un sintomo.

Cambiano le circostanze, cambiano le persone, cambiano le strategie, ma il movimento interno resta identico. È un movimento circolare che, a forza di ripetersi, diventa così veloce da impedirci di vedere ciò che ci circonda.

Possiamo accorgercene quando compare la confusione e sentiamo il desiderio che quella situazione finisca il prima possibile. A quel punto non importa quasi più come andrà, purché si concluda. Non siamo più presenti a ciò che stiamo vivendo; siamo concentrati soltanto sull'uscirne.

Le possibilità e le alternative possono essere presenti, così come le porte possono essere già aperte. Ma il movimento continuo ci impedisce di accorgercene. Più acceleriamo, meno vediamo; più spingiamo, meno ascoltiamo.

Ignorando la fatica impariamo persino a tollerarla. Lentamente nasce la convinzione che non esistano altre strade e compare una forma di rassegnazione a cui cerchiamo di reagire lottando ancora più forte.

Quanta energia consumiamo in questo movimento e quanta fatica percepisce questo corpo.

Ed è proprio qui che mi sono trovata a farmi una domanda.

E se avessimo confuso la potenza con la forza?

Quando qualcosa non cambia, quasi sempre aumentiamo la forza.

Hai presente quei giochi per bambini in cui bisogna inserire ogni forma nel foro corrispondente? Immagina di avere in mano una stella e di provare a farla entrare in un foro quadrato. Puoi spingere più forte, insistere, stancarti. Ma la forza non cambierà la forma della stella.

Ora immagina di orientare la stessa energia verso il foro corretto.

L'energia è la stessa; ciò che cambia è la direzione.

Quando la direzione diventa chiara, qualcosa smette di lottare e l'energia non aumenta necessariamente: semplicemente smette di disperdersi.

Ti ricordi come ti sentivi quando cercavi di forzare il pezzo nel foro sbagliato? E come ti sentivi quando trovava finalmente il suo posto?

Era la stessa sensazione?

Possiamo riconoscere questi movimenti anche nel corpo. Se vorrai, potrai esplorarli direttamente nella pratica che troverai al termine dell'articolo.

In fondo ci è stato insegnato che, se qualcosa non funziona, bisogna spingere più forte. Ma siamo sicuri che sia davvero questo ciò che serve?

Io che amo tanto il nuoto lo vedo spesso davanti ai miei occhi. Chi inizia tende a dimenarsi con tutte le proprie forze, avanzando di pochi centimetri e restando esausto dopo poco tempo. Chi ha imparato ad ascoltare il movimento del proprio corpo utilizza meno energia eppure procede più lontano.

Non perché abbia più forza.

Perché ha trovato una direzione.

Forse anche nella vita accade qualcosa di simile. L'energia spesso c'è già; quello che manca non sempre è la forza, a volte manca la direzione.

Il conosciuto esercita una forza enorme, anche quando ci fa soffrire. Lo conosciamo. Sappiamo come muoverci al suo interno, quali emozioni incontreremo e come proteggerci. In qualche modo sappiamo persino quanto male farà e quanto dolore siamo capaci di sopportare.

L'ignoto è diverso perché non possiamo prevederlo né controllarlo allo stesso modo.

Per questo non sempre continuiamo a ripetere certi schemi perché non vogliamo cambiare. A volte li ripetiamo perché ci fanno sentire al sicuro, anche quando ci fanno soffrire; altre volte pensiamo di avere paura di stare male.

Ma può accadere anche il contrario: possiamo avere paura di ciò che potrebbe diventare possibile se smettessimo di muoverci sempre nello stesso modo.

Voglio davvero un cambiamento?

Il nuovo ci chiede di lasciare per un momento ciò che conosciamo. Non sempre per trasformare; a volte semplicemente per ascoltare.

Possiamo provare una vertigine, una stretta allo stomaco, una paura sottile che conosciamo bene. Sappiamo perfettamente come evitarla e ci siamo specializzati negli anni.

Per questo c'è una domanda che raramente ci poniamo:

Voglio davvero un cambiamento oppure voglio soltanto smettere di sentire ciò che sto vivendo?

Sono due movimenti profondamente diversi.

Nel primo caso c'è una direzione; nel secondo c'è una fuga.

Le sensazioni che accompagnano questi due movimenti possono sembrare simili per intensità. Eppure, se ci fermiamo ad ascoltarle, raccontano storie molto diverse.

Quando ci muoviamo per allontanarci da qualcosa senza sapere verso cosa stiamo andando, è facile ritrovarsi ancora una volta nello stesso punto.

È anche per questo motivo che alcune situazioni si ripetono.

Siamo abituati a considerare la ripetizione come un errore, come la prova che non abbiamo capito, che non meritiamo o che continuiamo a sbagliare.

Ma la ripetizione può avere anche un altro significato.

Spesso viene vissuta con frustrazione. È una sensazione che abbiamo già incontrato nell'articolo dedicato a questo tema, dove abbiamo osservato quanto sia facile restare ipnotizzati da ciò che manca e perdere il contatto con l'esperienza.

Qui forse possiamo fare un passo ulteriore e chiederci cosa accade quando, nel tentativo di uscire da quella frustrazione, continuiamo a utilizzare sempre la stessa modalità di movimento.

Ripetiamo per imparare, per integrare; ripetiamo finché qualcosa non diventa esperienza vissuta.

Un bambino non smette di provare a camminare dopo essere caduto. Nessuno interpreta quei tentativi come un fallimento. La ripetizione fa parte dell'apprendimento.

Forse ciò che ritorna nella nostra vita non è sempre il segno che abbiamo sbagliato. A volte ci mostra un movimento che è diventato così abituale da risultare invisibile.

Forse l'impotenza nasce proprio qui: nel momento in cui continuiamo a usare la forza dove servirebbe ascolto, nel momento in cui confondiamo il movimento con la direzione.

A volte non serve fare di più.

A volte serve fermarsi abbastanza da vedere ciò che, correndo, non riuscivamo più a vedere.

Pratica

Prenditi qualche minuto e ripensa a una situazione della tua vita in cui hai investito molte energie nel tentativo di ottenere un risultato.

Non è importante quale sia stata.

Può essere una relazione, un progetto, una scelta o un momento particolarmente difficile.

Osserva quel periodo e chiediti:

Come mi sentivo alla fine della giornata?

Qual era il mio bilancio energetico?

Mi sentivo nutrito oppure svuotato?

Più presente oppure più contratto?

Ora lascia andare quell'immagine e richiama alla mente un'esperienza diversa.

Un momento in cui hai sentito che qualcosa ti stava portando in una direzione.

Anche in quel caso potevano esserci impegno, presenza e dedizione, ma non la sensazione di dover spingere continuamente.

Anche qui osserva il bilancio energetico e chiediti nuovamente:

Come mi sentivo alla fine della giornata?

Qual era il mio bilancio energetico?

Mi sentivo nutrito oppure svuotato?

Più presente oppure più contratto?

Non cercare conclusioni.

È sufficiente osservare la differenza tra queste due esperienze e lasciare che qualcosa trovi il proprio posto.

Verso la meditazione di questa settimana

Mercoledì 3 giugno alle ore 21.00 ci incontreremo dal vivo su Zoom per attraversare insieme questo passaggio.

Ci prenderemo il tempo per osservare ciò che accade quando continuiamo a muoverci nello stesso modo, per ascoltare la fatica che può nascere da questo movimento e per lasciare emergere, senza forzature, nuove possibilità.

Non è necessario arrivare con risposte; puoi portare semplicemente la tua esperienza così com'è.

Non è neanche necessario avere "capito" o aver partecipato agli incontri precedenti. Ogni meditazione è uno spazio completo in sé e puoi unirti al gruppo in qualsiasi momento.

Se sentirai che questo tema ti riguarda, sarò felice di accompagnarti.

Trovi tutte le informazioni e il modulo di iscrizione qui sotto.

Indice degli argomenti trattati: Impotenza • Schemi ripetitivi • Sensazione che non dipenda da te • Stanchezza emotiva • Forza e potenza • Direzione e dispersione dell'energia • Paura del cambiamento • Sicurezza del conosciuto • Ascolto di sé • Frustrazione • Significato della ripetizione • Crescita personale • Trasformazione personale.

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