Ascoltare il corpo prima di decidere chi diventare
Hai preparato la lista dei buoni propositi per l’anno nuovo?
In questo articolo potrai sentire se quella lista nasce da una base viva, oppure se è meglio strapparla e, solo se davvero lo desideri, scriverne un’altra.
I buoni propositi spesso nascono da un’idea di ciò che dovremmo fare e di come dovremmo essere.
Da immagini di miglioramento, da standard interiorizzati, da un dialogo mentale che ci dice cosa è giusto per noi, cosa sarebbe opportuno cambiare, cosa non va.
Siamo spesso alla ricerca della pezza che ci consentirebbe di muoverci in questa vita sentendoci un po’ più apprezzati, un po’ meno difficili da gestire.
Sono propositi che partono dalla testa.
Raramente partono dall’ascolto.
Fermarsi prima di cambiare
Prima di redigere una lista del genere è utile fermarsi.
Non per organizzarsi meglio, ma per sospendere il movimento automatico del “devo”.
Fermarsi e dedicare tempo all’ascolto del corpo.
Perché stiamo mangiando più di quanto pensiamo di dover mangiare?
Perché non stiamo facendo l’attività fisica che, secondo la nostra mente, dovremmo fare?
Perché continuiamo a fumare?
E perché siamo ancora così poco tolleranti verso quel collega che ci irrita?
Ci sono gesti che nascono dall’abitudine.
Altri che nascono da vere e proprie dipendenze.
Altri ancora che nascono da bisogni rimasti inascoltati.
In questo percorso ho già parlato della differenza tra desiderio autentico, aspettative e bisogni compensativi.
Anche qui torna quella stessa soglia: non tutto ciò che chiamiamo volontà di cambiamento nasce da un desiderio vivo, e non tutto può essere affrontato semplicemente con la forza di volontà.
Quando la volontà diventa violenza
La volontà, quando non è sostenuta dall’ascolto, può trasformarsi in una forma di violenza.
Può portare qualche risultato immediato, destinato però a svanire, perché non nasce da qualcosa che si muove realmente in profondità.
Quando il tuo obiettivo è cambiare qualcosa nella tua vita, stai spesso mettendo in atto un movimento che non può essere definitivo.
È una deviazione: può spostarti, può portarti un po’ più avanti, ma tende a riportarti nello stesso punto da cui sei partito, anche se con qualche esperienza in più.
Il cambiamento, da solo, non è stabile.
Ciò che è definitivo avviene attraverso la trasformazione.
La trasformazione è un movimento interiore che non richiede sforzo, perché è naturale.
Non nasce dal dover essere, ma dal riconoscere.
Non dalla spinta, ma dall’ascolto.
Quando qualcosa viene davvero visto, non serve più combatterlo.
Non sarà una dieta ferrea a farti dimagrire se non ascolti cosa stai cercando di riempire.
Non sarà una disciplina più rigida a portarti equilibrio se continui a ignorare ciò che ti manca.
Anche perché tutto ciò che è rigido, per definizione fisica, è molto più incline alla rottura di ciò che è flessibile.
Non sarà la forza di volontà a trasformare un gesto che, in origine, è nato come risposta a una mancanza di nutrimento — emotivo, relazionale, vitale.
Quando manca il contatto con te, il corpo cerca compensazioni.
E non lo fa per sabotarti, ma per creare un equilibrio.
Per sostenerti… come può.
Darsi pace: restare dove si è
C’è allora un passaggio che spesso viene saltato:
darsi pace.
Abbandonare l’idea di doversi aggiustare.
Rilassarsi nel punto in cui si è.
Non come resa, ma come possibilità reale di vedere.
Immagina di sederti su un masso in alta montagna e fermarti davvero.
Guardare dentro e intorno.
Puoi accorgerti di quante energie hai ancora a disposizione.
Se hai bisogno di modificare l’abbigliamento per proteggerti dal sole o dal vento.
Se le condizioni meteo sono cambiate e ti chiedono di cambiare direzione, tornare al rifugio o proseguire verso la prossima tappa.
Se il corpo ha bisogno di nutrimento o di acqua.
Quando cammini, l’attenzione è rivolta al sentiero, ai sassi, a come appoggi i piedi.
Tutto il resto resta in sottofondo, con un volume basso.
È solo fermandoti che ciò che conta davvero può tornare udibile.
Non c’è nulla di rotto
È solo restando dove sei che puoi accorgerti di cosa ti fa soffrire davvero
e di quale direzione desideri prendere.
È solo da lì che puoi sentire come alleggerirti per proseguire nel tuo cammino.
Non c’è nulla di rotto in nessuno di noi.
Semmai c’è qualcosa di inascoltato che chiede di essere preso in considerazione.
Molti buoni propositi nascono dal rifiuto di ciò che stiamo vivendo.
Dal tentativo di correggere una condizione che non ci piace, a volte solo per riuscire a tollerarla, senza permetterci di starci dentro abbastanza a lungo da comprenderla e da sentire quale verità stia cercando di comunicarci.
In altri momenti ho parlato di identità non come qualcosa da definire una volta per tutte, ma come un movimento continuo di presenza.
Anche qui vale lo stesso: i buoni propositi, quando nascono da un’idea rigida di chi dovremmo essere, finiscono per rafforzare una distanza da ciò che siamo ora.
Prima di decidere
Prima di decidere.
Prima di fare.
Prima di cambiare.
È molto più utile fermarsi.
Osservare.
Ascoltare.
Sentire cosa sta chiedendo attenzione e in quale direzione mettere i propri piedi.
Senza temere di darsi torto.
Perché quando ciò che stai vivendo non ti piace e non vuoi darti torto, ti precludi una possibilità fondamentale:
quella di attraversare davvero l’esperienza e lasciare che compia il suo compito, portandoti a una trasformazione.
È lì che nasce la soddisfazione.
È lì che può emergere la gioia.
Non come premio per essere stati bravi,
ma come conseguenza naturale di un movimento di coerenza con ciò che sei e con ciò che c’è.
Lasciare andare i buoni propositi può essere una forma di chiusura di un ciclo.
Non un abbandono, ma un atto di rispetto verso te stessa, verso te stesso.
Pratica:
Se lo desideri, puoi prenderti uno spazio per questa pratica.
Scrivi la tua lista di buoni propositi per il nuovo anno (se lo hai già fatto utilizza quella).
Scrivila come faresti di solito, senza correggerti.
Poi fermati.
Rileggila lentamente e osserva dove senti l’uso della volontà, del dover essere, della spinta a migliorarti.
Ora rileggila come se qualcuno ti stesse imponendo ciò che è contenuto nella lista
e osserva cosa accade nel corpo:
tensione, rilassamento, rigidità, morbidezza, chiusura, apertura, slancio…
Infine, senza aggiustare la lista, resta in ascolto.
Chiediti se c’è qualcosa che non compare.
Che manca.
Qualcosa che non ha a che fare con la performance, con l’efficienza o con l’obiettivo.
A volte manca il desiderio di leggerezza.
Di semplicità.
Di momenti che fanno bene al cuore.
Di quello che desideri tu.
Non serve aggiungerlo alla lista.
Basta accorgersene.
Verso la meditazione di questa settimana
Da questo stesso luogo nasce la meditazione di questa settimana.
Non per aggiungere un altro impegno, ma per creare uno spazio in cui lasciare cadere ciò che non è nato dall’ascolto.
Se senti che è il momento di fermarti, di ascoltare il corpo e ciò che è vivo ora, puoi partecipare alla meditazione guidata che si terrà mercoledì 21 gennaio 2026 alle ore 21.00 su Zoom.
Sotto a questo testo trovi il bottone per iscriverti all’incontro.
Indice dei temi trattati: lasciare andare i buoni propositi · ascolto del corpo · forza di volontà e cambiamento · desiderio autentico · aspettative interiorizzate · rigidità e flessibilità · cambiamento vs trasformazione · bisogni emotivi inascoltati · compensazioni emotive · smettere di aggiustarsi · fermarsi e ascoltare · direzione interiore · identità e presenza · non giudicarsi · attraversare l’esperienza · chiusura di un ciclo · bisogno di leggerezza · semplicità nella vita · meditazione guidata.
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