Riconoscere ciò che ci appesantisce e ritrovare le possibilità.
Riesci a vederti seduto in macchina, imbottigliato nel traffico?
Ti chiedo di immaginarti ancora lì, mentre ti accorgi di non poter avanzare né cambiare strada. L'unica possibilità è restare dove sei, impotente, e subire quell'arresto, mentre la tua mente continua a ripeterti che dovresti già essere altrove.
Ora non pensare, ascolta: che sensazione provi? La conosci?
Questa sensazione compare quando pensiamo che tutto debba filare precisamente secondo i nostri piani, ma anche quando pronunciamo dei sì che bruciano troppe energie e ci lasciano completamente scarichi.
Pensa a quando cerchi di essere sempre disponibile nei confronti di chiunque ti chieda qualcosa, quando senti di doverti fare carico di tutto ciò che si presenta nella vita familiare.
La vita di molti di noi è governata, per buona parte del tempo, da questa sensazione. Non ci sembra possibile uscirne perché non capiamo neppure da quale porta siamo entrati in questo vortice. Se ci guardiamo intorno, ci sembra addirittura impossibile che esista un modo diverso di muoverci nel mondo.
Il peso delle aspettative e del senso di colpa
Spesso ci viene suggerito di accontentarci di ciò che abbiamo perché ci sono persone che stanno molto peggio di noi. Ma la domanda che mi pongo è: in che senso stanno peggio di noi?
Ogni sofferenza, ogni dolore ha diritto di esistere in chi lo vive. Non c'è un podio tra le situazioni eclatanti e quelle che riteniamo più marginali. Se un'emozione esiste è perché chi la prova è vivo e non può cancellarla soltanto perché altri vivono situazioni più difficili.
Esiste, c'è e chiede di essere ascoltata.
Mi viene in mente una frase che si sentiva tempo fa quando una donna decideva di chiudere una relazione perché non era felice e le veniva chiesto: «Ma lui ti picchia?», come se soltanto subire percosse potesse essere un buon motivo per separare le strade di due persone.
Sicuramente mi sento benedetta nel non essere nata in un qualunque Paese in cui, in questo momento, è in corso una guerra o non vi è la possibilità di soddisfare i propri bisogni primari. Ma sento comunque necessario riconoscermi il diritto di perseguire il mio massimo bene, restando empatica con il mondo che mi circonda.
Il fatto di accontentarci di ciò che abbiamo deriva spesso dal sentirci in colpa perché altre persone hanno meno di noi e magari vivono situazioni terribili.
La verità è che questo senso di colpa non migliora la vita di nessuno: sicuramente non la nostra e neppure quella di chi affronta problemi molto più complessi dei nostri.
La colpa la sentiamo anche quando non rispettiamo l'immagine che abbiamo deciso di portare all'esterno: replicare l'esempio di qualcuno a noi caro anche quando non rispetta il nostro essere, essere performanti anche quando ci manca persino l'energia per respirare, essere accondiscendenti anche quando sentiamo cadere, uno a uno, piccoli brandelli di noi.
Queste idee fanno parte del fardello che ci portiamo dietro ogni giorno. Sono tra quelle che consumano le nostre energie e ci lasciano distrutti a fine giornata.
Quando aiutare diventa un peso
Riuscire a distinguere tra responsabilità e senso di colpa è molto importante per non generare confusione.
Ci sono situazioni che richiedono la nostra presenza, il nostro impegno e la nostra energia. Immaginiamo, per esempio, il prendersi cura di un bambino. Ma ci sono anche situazioni di cui ci facciamo carico pur non essendo una nostra responsabilità e senza che nessuno ci abbia chiesto di intervenire.
A volte percepiamo un'urgenza interiore difficile da spiegare, una sorta di ansia che ci rivela quanto poco spazio abbiamo per accogliere ciò che sta arrivando. E, per evitare quella sensazione, ci attiviamo.
A volte lo facciamo perché temiamo che la nostra assenza possa deludere qualcuno, altre volte per confermare l'immagine che abbiamo di noi stessi: persone buone, capaci, indispensabili.
E non sempre questo investimento di energie produce qualcosa di positivo.
Ti è mai capitato di innervosirti e diventare antipatico mentre cerchi di aiutare qualcuno senza avere energie a disposizione? Ecco, quella è la sensazione che emerge quando dai più di quanto hai a disposizione.
Riprendere la responsabilità della propria vita
La domanda che propongo è: cosa cambierebbe se ci accorgessimo, con tutte le nostre cellule, che siamo qui per vivere la nostra vita, fortemente radicati in noi?
Potremmo compiere scelte consapevoli, capaci di portare a risultati virtuosi, rendere significativa la nostra presenza su questo pianeta e magari, se è qualcosa che ci appartiene, aiutare anche altri esseri.
Il primo obiettivo su cui ci viene richiesto di portare attenzione, dal momento in cui veniamo al mondo, è proprio la nostra vita.
Da bambini siamo bravissimi in questo. Immagina il comportamento di un neonato.
Poi, piano piano, ci viene chiesto di spostare la nostra attenzione sul generare soddisfazione in chi ci ha messo al mondo. In seguito, questo movimento può allargarsi al partner, ai figli, fino a portarci a dimenticare completamente noi stessi.
La cosa ironica di questo processo è che, se ciascuno si prendesse la responsabilità di far fiorire la propria vita, di renderla soddisfacente, vivremmo un'esperienza molto più interessante, meno dispersiva.
Quando si vive centrati su ciò che ci piace davvero, la vita prende una forma nuova.
La mente si mette al nostro servizio e noi non siamo più al suo. Come mi piace dire: smettiamo di muoverci pensati e ci muoviamo pensando.
Oltre i pensieri, nuove possibilità
È il primo passo verso una trasformazione che può avvenire gradualmente, in modo naturale. Il carico mentale comincia ad alleggerirsi, il bisogno di controllo perde forza e davanti a noi possono comparire possibilità che prima non riuscivamo a vedere: nuovi progetti che chiedono di nascere o che ci stanno aspettando pazientemente da tempo.
Per progetto intendo qualsiasi cosa: la possibilità di vedere una relazione muovere i primi passi oppure no, iniziare un nuovo lavoro, lasciare quello che abbiamo già, dare spazio a una passione che ci accende il cuore.
Quando ti parlo di un progetto intendo tutto ciò che può accompagnarci, incondizionatamente, verso una nuova versione di noi.
Lasciare andare un po' gli schemi e muoverci in modo spontaneo nella vita può permetterci di non dover lottare continuamente. Ciò che necessita di finire non deve essere mantenuto in vita per forza. Ciò che siamo può essere mostrato.
So che ciò che spesso ci blocca è la paura di muoverci verso qualcosa di sconosciuto. Ma è anche la paura che permette al coraggio di manifestarsi, e possiamo muoverci insieme a lei.
Per quanto possa sembrare strano, il rumore mentale può creare molto più attrito e molti più blocchi rispetto a una paura vissuta e non evitata.
Ora ti chiedo di fare il giro del tavolo per poter vedere le cose da una nuova prospettiva: ti propongo di cominciare a pensare i tuoi pensieri e di non attaccarti a quelli che non ti sono utili per costruire la vita che desideri, le relazioni che vuoi, la felicità oltre la contentezza e la pace di cui ciascuno di noi ha bisogno.
Possiamo imparare a riconoscere i pensieri che ci aiutano a costruire e quelli che finiscono per demolire la concezione che abbiamo di noi, il riconoscimento dei nostri talenti e il rispetto dei nostri spazi.
È questo movimento che ci permette, gradualmente, di smettere di identificarci con essi.
Ora torna in quella macchina immersa nel traffico: immagina che il tuo rapporto con i pensieri possa cambiare, che tu possa lasciare andare l'idea che ciò che stai vivendo sia sbagliato; immagina che i tuoi occhi possano aprirsi e vedere oltre la frustrazione.
Ti accorgi che alla radio stanno passando un brano che non hai mai sentito e quella voce ti emoziona; fuori dal finestrino puoi osservare il tramonto, un bambino che ti fa le smorfie da un'altra macchina.
La tua mente si rilassa e un'idea, che aveva bisogno di trovarti da solo per mostrarsi, trova finalmente lo spazio per venirti a trovare.
Quanto il mondo si potrebbe fare più grande?
La pratica
- Riconoscere da dove nasce un sì
Nei prossimi giorni, quando ti viene chiesto di fare qualcosa che non rientra tra le tue responsabilità, non rispondere immediatamente.
Osserva da quale spazio sta emergendo la tua risposta, quanta energia hai a disposizione e se stai per pronunciare un sì all'esterno che corrisponde a un no dentro di te.
- Osservare ciò che rende dolorosa un'esperienza
Quando senti che stai vivendo qualcosa che ritieni completamente sbagliato, prenditi un momento per rilassarti e accogliere la possibilità di guardarlo da una prospettiva diversa.
Prova a incontrare questa domanda:
Quanto del dolore che sto vivendo nasce da ciò che accade e quanto dalla mia convinzione che non dovrebbe essere così?
Osserva che cosa accade dentro di te quando lasci spazio a questa possibilità.
Dalle parole all'esperienza
Questo articolo apre un nuovo ciclo di Innalunarsi, dedicato al rumore mentale e a tutto ciò che, spesso senza accorgercene, consuma le nostre energie.
Se hai provato a immaginarti in quella macchina ferma nel traffico, forse hai riconosciuto una sensazione familiare. Quella che emerge quando le cose non vanno come vorresti, quando senti di dover intervenire, quando i tuoi pensieri continuano a raccontarti come dovrebbe essere la tua vita.
Ma che cosa accade quando cominciamo a riconoscere questi meccanismi, anziché continuare a seguirli automaticamente?
È ciò che esploreremo insieme nelle tre meditazioni online e nell'incontro esperienziale in presenza che accompagneranno questo ciclo.
Perché non sempre possiamo cambiare ciò che accade, ma possiamo scoprire un modo diverso di attraversarlo. E accorgerci che il nostro mondo è molto più grande di quanto pensavamo.
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Indice degli argomenti trattati: Sovraccarico mentale • Rimuginio mentale • Stress mentale • Senso di colpa • Peso delle aspettative • Bisogno di controllo • Responsabilità personale • Difficoltà a dire di no • Paura del cambiamento • Gestione dei pensieri • Consapevolezza di sé • Benessere emotivo
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