Cosa succede quando smettiamo di evitare ciò che sentiamo.
Quando cambiamo i piani per non sentire
Quante volte ci troviamo a cambiare i piani per evitare situazioni che non ci fanno sentire a nostro agio.
Una chiamata non fatta.
Una parola non detta.
Quante volte un “non ho voglia di fare questa cosa” contiene il desiderio di qualcosa di diverso e quante, invece, segnala semplicemente una scomodità che si muove in noi.
Quante volte ci accorgiamo di essere dentro una reazione che dovrebbe salvarci dal vivere una situazione spiacevole e quante facciamo finta che non sia così.
Eppure lo sentiamo: una tensione improvvisa, un’irritazione che non sappiamo giustificare, un fastidio sottile, senza un nome chiaro.
Perché evitare ciò che disturba non funziona sempre?
Il corpo si contrae, il respiro cambia, lo sguardo si fa più corto. E quasi sempre, senza accorgercene, facciamo la stessa cosa: ci spostiamo.
Ci spostiamo nel pensiero, nel perché, nel “non dovrei sentirmi così”. Nel tentativo di capire, sistemare, rendere accettabile – sopportabile – qualcosa che, in quel momento, non ha bisogno di essere chiamato per nome né modificato. Oppure interrompiamo il processo scegliendo la prima distrazione che ci sembra più plausibile inseguire.
Non perché siamo incapaci di restare, ma perché ciò che disturba mette in discussione un equilibrio. E il sistema, quando percepisce instabilità, cerca una via di uscita.
Le strategie che ci hanno permesso di sopravvivere
Il problema non è lo spostamento in sé. Il problema è che spesso non ce ne accorgiamo e lo chiamiamo con altri nomi. Lo chiamiamo lucidità, protezione, realismo, “non è il momento”, scocciatura, intoppo, sfortuna, ingiustizia.
E a volte è vero. Altre volte, no.
A volte quel “non ho voglia” non è un no autentico, ma una risposta automatica a una scomodità interna, una micro-chiusura che prova a evitarci una sensazione difficile da attraversare.
A volte quel “che sfortuna” è un modo per allontanarci dal nostro potere personale, da quella possibilità di riscrivere una storia che esiste, ma che ci chiede di attraversare molte paure.
Il corpo, in questi momenti, è chiarissimo. Prima ancora che arrivi una decisione, arriva una reazione.
Il disturbo non è un errore di percorso. È un segnale di presenza. Qualcosa sta reagendo, qualcosa non si allinea più automaticamente, qualcosa chiede di non essere superato troppo in fretta.
Il corpo non usa il disturbo per bloccarci. Lo usa per fermarci un istante, prima che ce ne andiamo da noi.
Restare con il disagio senza forzare
Restare con ciò che disturba non è una scelta comoda. E non è nemmeno una virtù.
È un gesto controintuitivo, perché va in direzione opposta a quella che, per anni, ci ha permesso di sopravvivere.
Le strategie di evitamento non sono nate per caso. Hanno avuto una funzione. Ci hanno protetti quando non c’erano risorse sufficienti per restare. Non c’è nulla da rinnegare e nulla da forzare.
Ma a volte, col tempo, ciò che ci ha aiutati a sopravvivere inizia anche a limitarci, a non permetterci di diventare qualcosa di diverso da ciò che eravamo.
Non perché si debba cambiare, ma perché è naturale che accada.
Se ci fermiamo un attimo, possiamo vedere come alcuni interessi e alcune priorità nella nostra vita siano già cambiati negli anni.
Restare non toglie la protezione. Ci rende consapevoli.
Non chiede di buttarsi dentro il dolore. Chiede di fermarsi un istante prima di scappare.
Abitare la reazione mentre accade
E restare, qui, non significa capire, non significa decidere cosa fare e non significa cambiare immediatamente direzione. Restare significa abitare la reazione mentre accade, sentire dove il corpo stringe, dove trattiene, dove accelera per andarsene.
Senza correggerlo. Senza forzarlo ad aprirsi. Senza pretendere che “passi”.
Questo modo di restare dialoga profondamente con quanto ho esplorato nell’articolo Restare con il corpo, dove lo sguardo si posa proprio sul luogo fisico in cui il sentire prende forma, prima di ogni scelta.
Non sempre ciò che emerge chiede di essere risolto. A volte chiede solo di essere attraversato in modo diverso. O semplicemente visto, per la prima volta.
Ciò che appare chiaro è che chiede uno spazio sufficiente per essere sentito, senza essere messo a tacere.
Cosa cambia quando non ce ne andiamo subito
E spesso, quando non ce ne andiamo subito, non succede nulla di spettacolare. Il fastidio resta, ma più chiaro, più nitido nella sua percezione. La situazione non si chiarisce. La risposta non arriva.
Ma cambia la relazione con ciò che sentiamo.
Non siamo più contro.
Non siamo più sopra.
Non siamo più altrove.
Siamo lì. Insieme.
E a volte è solo questo che serve perché un movimento – più vero, più autentico – possa emergere più avanti. Non come soluzione, ma come possibilità.
Pratica:
Nei prossimi giorni, la pratica non è fare qualcosa di diverso.
È accorgersi.
Accorgersi del momento esatto in cui il corpo reagisce e la mente cerca una via di uscita.
Non per restare di più, non per forzare, non per cambiare subito.
Solo per notare: qui sto per andarmene. E rimanere un respiro in più. Niente di più.
Se ne hai piacere puoi prendere nota di ciò che osservi in questi giorni e rileggere tutto al termine della settimana.
Verso la meditazione di questa settimana
Nella meditazione guidata di questo mercoledì 11 febbraio 2026 entreremo proprio in questo spazio: un tempo accompagnato per restare con ciò che disturba senza essere travolti e senza dover capire subito.
Uno spazio di presenza in cui il corpo può sentire, con un sostegno esterno.
Ci incontreremo su Zoom alle ore 21.00.
Se hai piacere di partecipare puoi accedere alle informazioni e al modulo di iscrizione attraverso il tasto che trovi qui sotto.
Indice degli argomenti trattati: ascolto del corpo · presenza corporea · consapevolezza · meditazione guidata · relazione con le emozioni · crescita interiore consapevole · desiderio autentico · confini interiori · silenzio · trasformazione interiore.
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Commenti
Ciao Laura, mercoledì non ci sarò e mi dispiace molto perchè capire cosa mi disturba è importantissimo. Alcune cose sono evidenti, altre, credo si facciano sentire con mali fisici. Leggendo quello che hai scritto mi sono resa conto che provo un dolore al piede sempre di giovedì e sempre in due occasioni particolari. Ci presterò attenzione per capire dove mi stanno portando. ❤️